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PASSO SAN BOLDO

festa di chiusura e presentazione del nuovo anno

domenica 15 Novembre 2015

Il Passo San Boldo è stato per secoli la principale via di collegamento tra la Valbelluna e il Trevigiano, e la Muda (dogana dall’arabo diwan= registro) istituita nel XII secolo, il luogo simbolo di un confine non solo geografico/territoriale, fra due realtà contigue eppur diverse: le vallate e le prealpi a nord, le colline che degradano fino alla pianura a sud. La più antica menzione di San Boldo, risale al XII secolo, ed è legata a quattro famosi versetti contenuti in una pergamena del convento di Vedana che andò perduta, ma lo scritto fu conservato in copia dal notaio G.M. Barcelloni: “De castel dard avi li nostri bona part: J lo getà tuto intro lo flumo d’Ard E sex Cavaler de Tarvis li plui fer Con se duse li nostre Cavaler“ I versi erano accompagnati da alcune righe in prosa, nelle quali è detto che i bellunesi occuparono e distrussero i castelli di Mirabello, della chiusa di Quero, Castrum Landredi (Landris), Castel d’Ardo e la domus Bauce catturando 18 latrones. Secondo G. Biscaro l’oltraggioso titolo di ladroni attribuito ai prigionieri, allude al mestiere di gabellieri posti dal Comune di Treviso a guardia della muda di San Boldo. Nel 1193 dunque il passo apparteneva ai trevigiani che vi tenevano una muda tanto frequentata da giustificare la presenza di diciotto doganieri, e tanto contesa che nei secoli successivi registrò un’alternanza al controllo fra bellunesi, trevigiani, veneziani, carraresi; molti mudari si succedettero nella conduzione della Muda, tra questi Marco da Polpet, che nel 1470 ottenne licenza di aprire a San Boldo un’osteria. Nel 1475 il Comune di Belluno deliberò di riattare le case di San Boldo, evidentemente malridotte, provvedendo al restauro e anche al rifacimento di alcune parti. In particolare il nuovo fabbricato della Muda presentava sul lato nord un portico retto da tre arcate corrispondenti a tre bifore al primo piano, e inseriti tra bifore e arcate tre stemmi scolpiti in pietra; da sinistra a destra, lo stemma della città di Belluno, il leone di San Marco e lo stemma della casa Comune di Cison di Valmarino Comune di Cison di Valmarino patrizia Venier, rappresentata dall’allora Podestà e Capitanio di Belluno Lorenzo, le cui iniziali L e V furono incise ai lati. Lorenzo Venier resse infatti Belluno negli anni 1476 e 1477, periodo in cui i lavori furono condotti e ultimati, tantè che nella seduta del Consiglio Minore del 5 settembre 1478, si liquidarono le spese sostenute dalla Comunità per l’intervento nelle case di San Boldo, con approvazione unanime del conto presentato da Bartolomeo Pellegrin di L. 915 e soldi 13. Qui sostavano i mercanti obbligati al versamento del dazio sulle merci trasportate, ma anche i mulattieri e gli zattieri di ritorno da Venezia, i pellegrini, i pastori malgari e i cacciatori. Dalla seconda metà dei Seicento a tutto il Settecento, il traffico mercantile sul passo si intensificò, favorito dall’attività estrattiva delle miniere di rame della Val Imperina presso Agordo, di proprietà della famiglia Brandolini. Periferico rispetto alle comunità che vi gravitavano, divenne crocevia di esperienze in transito, un luogo d’incontro, scontro e scambio fra uomini, merci, lingue, tradizioni, sapori e culture. Inoltre, a partire dal 1600 e per tutto l‘800 il San Boldo divenne anche stazione di quarantena, una sorta di primitivo presidio sanitario che entrava in funzione in caso di epidemie. Nel 1875, poiché si era verificato qualche caso di colera a Venezia, lo stesso Alberto Alpago Novello, ricorda di aver subito in una stanza dell’osteria „un soffocante quanto inutile suffumigio di zolfo“ al ritorno da una visita a Valmareno in compagnia del padre. Pur avendo subito diversi interventi nel corso della sua storia, l’edificio che risale al XV secolo, fino all’inizio del ‘900 era rimasto sostanzialmente così come descritto nel 1476, purtroppo dopo la guerra 15-18, fu sottoposto ad un intervento di restauro che chiuse le tre arcate del pianterreno e le bifore quattrocentesche del primo piano. Rimangono tuttora visibili solo i tre stemmi in pietra. L’antica muda ha mantenuto però alcuni elementi di indubbio pregio storico ed architettonico: l’antico larin, l’intonaco originale del XV-XVI secolo, il solaio ligneo originale del XV-XVI secolo, l’arco in mattoni pieni vicino al larin, le tracce dell’antico forno databile 1476-1477. Comune di Cison di Valmarino. Recentemente la Muda ha rinnovato la sua livrea, conservando la propria vocazione all’ospitalità, senza nostalgie romantiche, ma con proposte tradizionali nei contenuti, e innovative nella formula, per porsi, per così dire, al centro di una periferia. Un primo stralcio del progetto di restauro conservativo dell’edificio risalente al XV secolo, ha consentito la riapertura dell’osteria con cucina, che propone piatti tipici della cucina trevigiana e bellunese, frutto dell’incontro fra le due tradizioni culinarie, con particolare attenzione alla scelta e valorizzazione enogastronomica dei prodotti locali.

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